Il costume sardo

Il costume sardo

L’artigianato artistico in Sardegna non si ferma alle canoniche forme quali possono essere la ceramica, l’intaglio o l’intreccio.
Infatti una tra le più forti e complete espressioni culturali si ha tramite il vestiario e i costumi tradizionali, importanti per i sardi soprattutto a cavallo tra il XIX e il XX secolo, quando il dover osservare un certo codice di abbigliamento era particolarmente sentito. L’importanza e la maestosità del costume sardo si evidenziavano chiaramente nelle due principali occasioni speciali, sebbene opposte: le feste e i lutti.
In quei casi, dismessi i semplici abiti quotidiani si utilizzavano costumi che seguivano regole decisamente più precise, appositamente studiati e designati alle diverse occasioni e cerimonie fuori dall’ordinario. Essi divenivano addirittura un metodo di comunicazione e di distinzione sociale; la diversa usura o pulizia di un capo rispetto ad un altro poteva indicare chiaramente la posizione sociale di un individuo e il grado di “lusso” raggiunto.
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Un esempio lampante di tale lusso poteva essere già da allora l’abito nuziale, per tradizione immacolato e possibilmente realizzato in materiali di pregio; quando la famiglia d’origine della sposa si poteva definire realmente influente esso era a primore, confezionato ai massimi livelli in tutti gli aspetti fondamentali. L’altro evento in cui il costume sardo trova espressione completa è il lutto, evento talmente colmo di significati da riuscire anche a stravolgere alcune delle convenzioni sociali in tema di abbigliamento.
Tale fenomeno si riscontra soprattutto nei costumi delle donne, a cui spetta maggiormente il ruolo di elaborazione sociale del lutto tramite le diverse varianti di tali capi.
Si va quindi a distinguere in primo luogo tra lutto stretto, mezzo lutto e lutto leggero, fasi di un percorso in cui a diverse regole vestimentarie corrispondono altrettante regole sociali.
La sola partecipazione ad una funzione funebre prevedeva una precisa distinzione; gli indumenti dei parenti dovevano differenziarsi decisamente da quelli dei semplici partecipanti.
Un codice di abbigliamento particolare era inoltre dedicato alla vedova, tenuta a mantenere il lutto stretto per tutta la vita o sino a nuove nozze.

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Immagine presa da http://www.comune.villacidro.vs.it/Community/Notizie/ArchivioNotizie/2011/notizia101.html

Storia dei Cestini in Sardegna

Storia dei Cestini in Sardegna

Storia dei Cestini in Sardegna

La cestineria tradizionale in Sardegna è una forma di artigianato nella quale si ripercuote con forza l’influenza di modelli antichissimi e lontani, entrati in contatto con l’isola in tempi remoti grazie a scambi che avvenivano attraverso il Mediterraneo o l’Atlantico. Perciò acquistando un cestino prodotto oggi in Barbagia o nel Campidano si avrà un manufatto in tutto simile, dalla forma alla dimensione, a quelli esposti nelle più disparate collezioni di reperti antichi, persino delle civiltà precolombiane. In Sardegna i cestini e i canestri si possono considerare la prima forma di arredamento domestico, addirittura antecedente i vasi, nati con una funzione certamente pratica e concreta ma sin da subito declinati anche in una serie di varianti decorate.
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Le varie forme tramandate sino ad oggi rispondono decisamente all’esigenza di praticità, forme diverse corrispondono infatti a diverse materie da contenere e diversi usi; si passa quindi dal piccolo canestro per purgano a quello più ampio per la farina, sino a quello ancora più grande per conservare il pane. Le decorazioni, ottenute tramite un gioco di contrasti con le tonalità tenui della paglia o della palma nana, si distinguono leggermente a seconda della zona che si prende in considerazione: nere o colorate quelle di San Vero Milis e Castelsardo, di cotone prevalentemente rosso a Sinnai. Tra i motivi principali si ritrovano geometrie, stilizzazioni floreali e di elementi provenienti dal mondo animale. Purtroppo la diminuzione delle campagne sarde e la forte domanda del prodotto hanno causato una sorta di involuzione in alcuni aspetti; così a Castelsardo e in altre località l’utilizzo della palma nana è ormai una rarità, essendo stata sostituita dalla refe o addirittura da fili di plastica colorata. Nonostante questi problemi la figura del cestino non accenna a trovare il suo declino, tanto che in tempi recenti gli artisti hanno prodotto nuovi modelli di successo sulla base delle moderne esigenze quotidiane.

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Artigianato Tessile in Sardegna – Samugheo

L‘artigianato tessile è un elemento essenziale per l’economia del Mandrolisai, zona geograficamente isolata nel centro-sud della Sardegna, tanto che ancora oggi tale settore produttivo impiega quasi il 50% della popolazione e la Regione Sardegna ha provveduto a conferire all’area la qualifica di Distretto Tessile.
Samugheo è infatti riuscito ad affermarsi come uno dei maggiori centri della tessitura sarda, partendo dall’impressionante capacità imprenditoriale delle prime pioniere dedicatesi all’attività sino ad arrivare all’organizzazione dell’annuale Mostra Mercato dell’Artigianato, un vero e proprio emporio dell’arte tessile che si estende per le vie del centro storico.
Oggi gran parte dei samughesi si dedica in primo luogo all’artigianato tessile, affiancando all’uso del telaio tradizionale orizzontale quello di telai meccanici e semimeccanici.
La maestria nell’utilizzo dei vari filati, che spaziano dalla lana al lino e al cotone, ha permesso agli artigiani dell’area di realizzare qualsiasi tipo di lavorazione loro richiesta via via dal mercato, tanto che oggi individuare delle caratteristiche tipiche locali è particolarmente difficoltoso.
Infatti nel tempo sono variate sia le tecniche che i manufatti realizzati: dalle coperte e bisacce realizzate sino alla prima metà del Novecento si è passati a giroletti, copricassa, indumenti, per poi approdare alla produzione attuale incentrata principalmente su centrotavola, arazzi e soprattutto tappeti di qualsiasi dimensione.
La tessitura di Samugheo oggi si può ammirare anche nelle sale del Museo Unico Regionale dell’Arte Tessile Sarda, nato con lo scopo di raccogliere e tramandare elementi della tessitura, una delle espressioni culturali più importanti della vita dell’uomo.
Al suo interno è possibile confrontare i manufatti e le tecniche provenienti dal Mandrolisai rispetto a quelli provenienti da altre aree della Sardegna, all’interno di un percorso che parte dai primi del 1700 e giunge sino ai primi decenni del 1900.

L’immagine è stata presa da http://www.unionesarda.it/Articoli/DettaglioRubrica.aspx?id=140476

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Ceramica sarda: il dopoguerra

>La produzione della ceramica, in europa così come in sardegna, conosce un rinnovato e grande successo nel dopoguerra, grazie anche al ritorno di un forte interesse per le arti decorative in generale.
In Sardegna la ripresa di questo particolare settore dell’ artigianato è strettamente legata al risveglio dell’ interesse per la civilta nuragica, all’ interno di un più ampio contesto rivolto alla rivalutazione
dell’ artigianato sardo all’ interno del panorama culturale del mediterraneo.
Questo particolare clima culturale si ritrova ad esempio nell’ attività di Melkiorre Melis, nato a Bosa e vissuto tra il 1889 e il 1982.
Famose le sue “Interpretations ceramiques de l’Art Nouragiques Votif de l’Île de Sardaigne”, interpretazioni in ceramica dell’ arte nuragica, raffiguranti veneri e arcieri, sacerdotesse o animali realizzati in colori brillanti su basi ad imitazione del legno, che esprimono appieno gli effetti dell’ arte nuragica sul panorama artistico e artigianale sardo.
Anche un altro ceramista proveniente da Bosa, Federico Melis, esprime la stessa tendenza, ispirandosi alla cultura autoctona sarda in modo da mantenere il più possibile un legame quantomeno simbolico con la Sardegna, da cui si allontana fisicamente in maniera definitiva.
Appartengono allo stesso filone nuragico del dopoguerra anche le lavorazioni di Gavino Tillocca (Sassari 1911-1999), scultore e pittore che ritrova nella ceramica il punto di convergenza ideale tra queste due arti.
Tra le sue opere si possono citare ad esempio “I guerrieri nuragici” e “I cavalli”, che esprimono un enorme pathos espressivo; in generale nella sua produzione si riscontra una predilezione per le tematiche della donna sarda o degli animali.

Federico Melis, ANFORA SARDESCA, 1927-31 ; http://www.collezioni-f.it/melis.html

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Artigianato sardo: la cassapanca

L’incisione del legno è uno degli ambiti di massima specializzazione dell’artigianato sardo e trova il suo livello più alto di espressione nelle cassapanche o arche, casse nuziali destinate a contenere i beni più importanti di una famiglia.

Cassapanca

Infatti, sebbene il popolo sardo per le sue stesse caratteristiche demografiche non si configuri come un popolo nomade, sin dall’antichità ha seguito la tendenza a racchiudere in un contenitore ridotto il fabbisogno di una famiglia per affrontare spostamenti imprevisti.
Le cassapanche si possono suddividere a seconda della dimensione e dell’utilizzo a cui erano destinate; da quelle rettangolari alte e strette utilizzate per riporre i costumi di gala, a quelle da viaggio di dimensioni decisamente più contenute.

Elemento comune a queste ed altre cassapanche sarde è l’originalità; infatti esse si possono considerare come l’unico mobile autenticamente sardo, il cui prototipo è documentato da un cofanetto di bronzo risalente nientemeno che all’età nuragica.
I motivi decorativi tipici sono rimasti bizantineggianti, proprio perchè gli artigiani sardi hanno portato avanti tale tradizione in un certo isolamento e senza l’influenza di alcuna scuola.
Tra i centri principali della produzione di intaglio isolana si trovano Cagliari e Sassari, le cui cassapanche risentono dell’influenza dell’Italia peninsulare, e ancora Santulussurgiu, Paulilatino e i paesi della Barbagia, immuni invece a qualsiasi tipo di influenza a livello decorativo e strutturale.

Per Scoprire dove acquistare le vostre cassepanche realizzate secondo la tradizione dell’artigianato artistico in Sardegna

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Ceramica sarda: Tortolì

Ceramica sarda: Tortolì

Tortolì è a tutti gli effetti uno dei luoghi chiave della ceramica e dell’artigianato sardo, sebbene qui lo sviluppo di tale artigianato non abbia seguito un’evoluzione lineare come negli altri centri della Sardegna.
Infatti il percorso storico delle ceramiche di Tortolì passa da fasi di sospensione a fasi di ripresa della produzione, in modo da soddisfare la richiesta di una zona isolata e difficilmente raggiungibile come l’Ogliastra.
Questo territorio vanta argille di ottima qualità di colorazione tendente al bianco, estratte secondo la richiesta del mercato e non a cadenza stagionale.
La lavorazione era lunga in modo da eliminare quanto più possibile le impurità e aveva inizio con il pestaggio e il setacciamento del materiale.
Il composto ottenuto con l’acqua veniva quindi lavorato con i piedi e con le mani sino al raggiungimento di una consistenza tale da poter essere modellata al tornio per ottenere la forma via via desiderata.
I manufatti venivano poi cotti all’interno di forni composti da una camera di cottura e una di combustione, separate da una grata.

Per scoprire dove acquistare le vostre ceramiche artistiche in Sardegna

La produzione era rivolta in primo luogo ad utensili domestici di uso quotidiano, ad eccezione di alcune tipologie di brocche decorate.
I manufatti più richiesti, oggi completamente scomparsi, erano i vasi per i fiori e i piatti; permangono invece in molte abitazioni esemplari di scivedde de impastai, conche con pareti svasate utilizzate per impastare e non solo. Un altro esempio importante della tradizione artigiana di Tortolì è su ziru, impiegato per contenere l’olio o il vino in modo impermeabile.
Questi ed altri oggetti venivano acquistati la mattina presto dalle donne provenineti dai paesi vicini; talora non avvenivano scambi monetari ma si ricorreva anche al baratto.
Purtroppo la produzione della ceramica, in passato elemento centrale dell’economia locale, ormai è solo un ricordo per Tortolì e non si trovano più laboratori di artigianato sardo che si occupino di questa attività; la tradizione della ceramica di Tortolì ha trovato infatti la sua fine negli anni sessanta del novecento in concomitanza con la fine di molte botteghe artigiane.

L’immagine è stata presa dal libro Ceramiche del banco di Sardegna a pag.265

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