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gancera_argento

La gancera è uno dei gioielli più tipici dell’artigianato sardo, la cui funzione è particolarmente antica e sul quale le prime informazioni risalgono alla fine del 1700. Essa infatti è uno degli ornamenti preziosi considerato antico e degno di essere acquisito per le raccolte dei primi del XX secolo.
Questa catena era appositamente realizzata per chiudere alcuni indumenti del vestiario tipico, sia maschile che femminile; ad esempio si utilizzava per serrare e decorare il collettu
maschile, indumento di pelle usato in Sardegna sino al XIX secolo. Vari documenti antichi dimostrano questa funzione: “l’indumento che in sardo si chiama collettu e coheru è affibbiato sopra il giubbone con fermagli or di pelle, or di gancj e catenuzze, ben fatte, di argento”.
L’uso di questo tipo di indumenti con il passare del tempo è stato abbandonato, ma alla loro scomparsa non è corrisposta anche la scomparsa delle gancere, probabilmente perché realizzate in argento e perciò particolarmente resistenti anche all’incombere degli anni.
L’uso della gancera si ritrova documentato anche sul copricapo del costume tipico di Tortolì; per fermare il velo corto posto sul davanti si utilizzava infatti una spessa catenella che passava come stretto sottogola da un orecchio ad un altro.
Questa stessa funzione si ritrova anche nel costume di Lanusei, mentre in altri centri, come Atzara e Samugheo, la gancera veniva utilizzata per chiudere in vita il grembiule.

Immagini tratte da http://www.museoeliseo.it/index.php?idp=3&area=41&pg=3 e http://www.sardegnacultura.it/j/v/258?s=31333&v=2&c=28565&t=7

Origini del rosario sardo

 

rosario-sardoIl nostro excursus tra gli elementi della gioielleria e dell’artigianato sardo deve necessariamente soffermarsi su quei gioielli che hanno anche e soprattutto una valenza religiosa, tradizionalmente di grande importanza in Sardegna.
Tra di essi spicca certamente il rosario, gioiello carico di simbolismi che affondano le proprie radici in credenze e credi religiosi antichissimi, assimilati poi dal Cristianesimo.
Il rosario sardo presenta infatti una serie di elementi che si possono dire caratteristici e che ricordano simboli di origine antichissima: l’uccello e il fiocco, impiegati come spartitore tra i capi della corona, e la stella con i rosoni ad essa connessi.
Ad esempio la figura dell’uccello-fiocco si può vedere come evoluzione e metamorfosi stilistica durante i secoli dell’Uccello Solare, risalente addirittura all’antica religione zoroastriana.
La comparsa del rosario in Sardegna si può presumibilmente far risalire al XIII secolo, periodo in cui è attestata la presenza di frati domenicani nell’isola.
Nel 1390 l’importazione di rosari di corallo provenienti dalle Fiandre ad opera di un mercante ebreo residente a Cagliari è concretamente documentata, così come l’introduzione degli stessi, provenienti però da Marsiglia, ad Alghero nel 1410; nel Cinquecento si riscontra la diffusione nell’isola di rosari d’oro e di metallo.
I rosari sardi si possono idealmente suddividere in tre categorie: quelli importati dal continente, quelli di Terra Santa e quelli invece di produzione locale.
I primi comprendono esemplari seicenteschi e sono generalmente caratterizzati dalla sobrietà della corona, costituita molto spesso da avemarie in legno, più raramente in corallo o madreperla. I cosiddetti rosari di Terra Santa, integralmente realizzati in madreperla, hanno una struttura molto semplice che termina con una croce o un medaglione. I rosari di produzione locale più antichi sono piuttosto semplici e non particolarmente decorativi, con un terminale sempre cruciforme.
Quelli ottocenteschi presentano invece un terminale che raffigura un Cristo sofferente in argento a fusione; questi ultimi però risultano più complessi nella struttura ma meno accurati nella fattura.

Il gioiello sardo: peculiarità ed influenze

L’arte e l’artigianato artistico sardo, scaturiti da una situazione di profonda e costante depressione della Sardegna, si sono sviluppati senza seguire canoni o tecniche di stile precisi e prestabiliti; linee semplici e modeste si sono evolute tramite la fantasia popolare, divenendo espressione ricca e peculiare dell’Isola.
L’oreficeria è un perfetto esempio della particolarità dell’artigianato sardo: i gioielli nascono come indissolubilmente legati al costume tipico, che integrano e completano talvolta sino all’eccesso; la visione delle donne ricoperte di monili in occasioni delle grandi celebrazioni non può che stupire.

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Storicamente la produzione orefice sarda varia parecchio da provincia a provincia, subendo influenze diverse e importando le forme e gli elementi più disparati; non è un caso che si possa riscontrare una certa somiglianza tra i gioielli sardi e quelli calabresi. Molti monili si possono dire frutto di influenze continentali; su tutte spiccano spesso quelle provenienti dalla Toscana, seguita da Veneto, Sicilia e Lombardia. Una delle caratteristiche che si ritrova nell’oreficeria sarda è la coesistenza di emblemi religiosi e profani: alcuni crocifissi presentano applicazioni di medaglie di fattura settecentesca, appesi alle catene tipiche dei paesi barbaricini e campidanesi si possono trovare santi, putti, l’aquila araldica, cuori, il grifo arcaico e altri senza soluzione di continuità.

Foto tratta da http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.html

La spilla sarda

La spilla sarda è un gioiello che trova diffusione in tutto il territorio regionale. Arricchisce il costume tipico sardo femminile con vari utilizzi, generalmente per fermare il copricapo o lo scialle, o in abbinamento ad altri gioielli.
In quasi tutto il territorio, la spilla sarda viene prodotta in oro. Non mancano però le eccezioni, come la spilla in argento di Ovodda.
Per quanto riguarda le decorazione della spilla, sono abbastanza diffusi i motivi floreali, pur con notevoli varianti. Solitamente al centro della spilla vi è una pietra, e intorno lamine d’oro decorate con motivi floreali, o filigrana sarda

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A Quartu Sant’Elena la spilla (chiamata s’agull’e conca) è a forma di margherita, con corolla in filigrana, pietra rossa al centro, e petali in lamina opaca intorno. La forma a margherita è molto diffusa, ma talvolta la spilla assume le stesse forme del bottone sardo, a cui viene aggiunto lo spillone necessario per fermare il copricapo o il velo.
Molto differenti tra loro sono i nomi che la spilla assume nei diversi paesi della Sardegna: fremmaglios (Ittiri), vermagliu (Orosei), sa margherita (Cagliari), s’ispilla (Oliena).

Il bottone sardo – le fasi della lavorazione

Il bottone assume un ruolo di rilievo nel costume sardo, ed è vanto dell’artigianato sardo. Esso è concepito, oltre che per la sua funzione, anche come gioiello da utilizzare per impreziosire il costume sardo. Elemento di pregio, in oro o argento, è solitamente declinato in quattro forme: a forma sferica, con calotte sferiche schiacciate, con una calotta sferica e l’altra conica, e del tipo a piastra circolare (solitamente ricavato da una moneta). I bottoni sono diffusi con queste forme in tutta la Sardegna, fatta eccezione per il bottone con una calotta sferica e l’altra conica, che è invece diffuso nella sola zona del nuorese.
Per creare il bottone, vengono prima costruite separatamente le due calotte a base circolare (semisfere), che poi vengono saldate. Le parti semisferiche vengono ricavate tramite la curvatura di basi circolari tramite imbutitori. La procedura è leggermente diversa per la creazione del bottone con una delle due calotte conica: in questo caso, la forma conica viene impressa tramite un cilindro in ferro terminante a cono. Le lamine che subiscono il processo di imbutitura possono essere lisce, traforate con motivi floreali o geometrici, o in filigrana. Per nascondere la saldatura necessaria per l’unione delle due calotte, si utilizzano abitualmente delle decorazioni in lamina spessa.

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L’ultima fase della lavorazione per il completamento del bottone consiste nell’inserimento della pietra nel castone. Spesso si tratta di pietre scelte solo per il proprio colore, indipendentemente dal valore economico delle stesse. L’uso dei bottoni in oro o argento trova applicazione sia nel costume femminile che in quello maschile. Generalmente in coppia per quanto riguarda la chiusura della camicia sul collo, sono presenti invece in numero variabile sulla manica ( da sette a dodici) per chiudere i polsi della camicia, e vanno a costituire la bottoniera.
Bottoni ottenuti da monete d’argento erano in uso in molti paesi, come ad esempio Iglesias, per la chiusura del giubbetto maschile sul davanti.

L’oreficeria in Sardegna

La collana rappresenta un punto fermo all’interno dell’artigianato artistico sardo, essendo l’elemento più importante del corredo di gioielli connesso da sempre all’abbigliamento, in particolar modo festivo.
Oltre alla collana con vaghi infilati su cordoncino, il tipo maggiormente diffuso nell’isola, si ritrovano spesso le collane di corallo rosso con vaghi sia lisci che sfaccettati, di diametro decrescente verso le estremità. Questa struttura è largamente diffusa in area campidanese, dove la collana assume il nome di kannakka, ed è seguita anche nei monili tipici della zona di Sarule e di Orani, in cui però i vaghi di corallo rosso sono sostituiti da elementi di pasta vitrea nera.
Tipica della Trexenta è invece la cannacca, una collana a vaghi d’oro di forma sferica e ovale, disposti alternati; mentre in area campidanese sono diffusi monili costituiti principalmente da catene d’oro, generalmente lunghe fino al ginocchia e con maglie di varia forma, a cui eventualmente si sospende un orologio.

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L’oreficeria del logudorese propone nel vestiario femminile la trina d’oro tubolare; notevolmente diffuse sono anche le catene in argento con maglia cilindrica, semplice o doppia, e quelle “nodo entro nodo”. A parte questi elementi che rappresentano appieno l’artigianato tradizionale sardo, nell’abbigliamento festivo in Sardegna è ormai frequente l’utilizzo di monili maggiormente contemporanei, specialmente in area campidanese e logudorese.

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