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Stefania

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Origini del rosario sardo

 

rosario-sardoIl nostro excursus tra gli elementi della gioielleria e dell’artigianato sardo deve necessariamente soffermarsi su quei gioielli che hanno anche e soprattutto una valenza religiosa, tradizionalmente di grande importanza in Sardegna.
Tra di essi spicca certamente il rosario, gioiello carico di simbolismi che affondano le proprie radici in credenze e credi religiosi antichissimi, assimilati poi dal Cristianesimo.
Il rosario sardo presenta infatti una serie di elementi che si possono dire caratteristici e che ricordano simboli di origine antichissima: l’uccello e il fiocco, impiegati come spartitore tra i capi della corona, e la stella con i rosoni ad essa connessi.
Ad esempio la figura dell’uccello-fiocco si può vedere come evoluzione e metamorfosi stilistica durante i secoli dell’Uccello Solare, risalente addirittura all’antica religione zoroastriana.
La comparsa del rosario in Sardegna si può presumibilmente far risalire al XIII secolo, periodo in cui è attestata la presenza di frati domenicani nell’isola.
Nel 1390 l’importazione di rosari di corallo provenienti dalle Fiandre ad opera di un mercante ebreo residente a Cagliari è concretamente documentata, così come l’introduzione degli stessi, provenienti però da Marsiglia, ad Alghero nel 1410; nel Cinquecento si riscontra la diffusione nell’isola di rosari d’oro e di metallo.
I rosari sardi si possono idealmente suddividere in tre categorie: quelli importati dal continente, quelli di Terra Santa e quelli invece di produzione locale.
I primi comprendono esemplari seicenteschi e sono generalmente caratterizzati dalla sobrietà della corona, costituita molto spesso da avemarie in legno, più raramente in corallo o madreperla. I cosiddetti rosari di Terra Santa, integralmente realizzati in madreperla, hanno una struttura molto semplice che termina con una croce o un medaglione. I rosari di produzione locale più antichi sono piuttosto semplici e non particolarmente decorativi, con un terminale sempre cruciforme.
Quelli ottocenteschi presentano invece un terminale che raffigura un Cristo sofferente in argento a fusione; questi ultimi però risultano più complessi nella struttura ma meno accurati nella fattura.

Tradizioni di Sardegna – Sartiglia Oristano

La Sartiglia, fondamentale ed estremamente importante nel panorama culturale e tradizionale della Sardegna, merita un approfondimento che entri più nel dettaglio delle varie fasi dell’evento.
Su Bandu

Per secoli l’attività dei banditori ha rappresentato la principale fonte di informazione per le comunità. Oggi l’avviso, su bandu, della corsa viene dato durante la mattina della domenica di quinquagesima e del martedì successivo. Il banditore, seguito da alfieri con le insegne della città, trombettieri e tamburini, percorre le vie del centro storico di Oristano dando annuncio della corsa imminente.

La vestizione

Il giorno della gara il cavaliere prescelto come Capo Corsa si presenta, accompagnato da un drappello di tamburini e trombettieri, ai piedi di un vero e proprio altare all’interno di una sala riccamente decorata con grano e fiori.
Ha quindi inizio un antico rituale, ancor oggi denso di sacralità, col quale si procede appunto alla vestizione del cavaliere più importante, simbolo di forza e sacerdote della fecondità. Da quel momento si evita accuratamente qualsiasi contatto tra su Cumponidori e la terra; infatti tradizione vuole che qualsiasi contatto con la Grande Madre possa privarlo di quella purezza assolutamente necessaria per ottenere la vittoria.
Egli viene vestito dalle Massajeddas, giovani fanciulle in abito tradizionale guidate da sa Massaja Manna, che non gli permettono di toccare neanche i suoi stessi indumenti.
La natura rituale e sacra di questa prima fase della Sartiglia si percepisce chiaramente dal fatto che questa funzione sia ancor oggi riservata ad un numero ristretto di persone, che la eseguono o assistono in totale silenzio, interrotto solo da squilli di tromba o applausi nei momenti salienti.
Il culmine si raggiunge quando il cavaliere indossa la sua maschera, che gli viene cucita sul viso, trasfigurandolo e rendendolo totalmente inavvicinabile, quasi un “semidio”.
Quando su Cumponidori ha finalmente indossato cilindro, mantiglia, camicia, gilet e cinturone è pronto a ricevere sa pipia de maju e passare, completamente sdraiato sul suo cavallo, sotto la porta ed uscire all’esterno dove lo aspettano gli altri cavalieri.

Corsa alla Stella

Terminata la vestizione su Cumponidori, preceduto da un ricco corteo in abito tradizionale e dai membri del gremio, guida gli altri 117 cavalieri verso la via Duomo della città, dove riceve le spade con cui effettuerà la cerimonia dell’incrocio delle stesse.
Al di sotto della stella già appesa sul percorso, incrocia per tre volte la propria spada con quella de su Segundu, per poi lanciarsi per primo al galoppo per cercare di infilzare la stella. Quanti e quali cavalieri potranno imitarlo nel tentativo di ottenere la stella è una sua esclusiva decisione.

Le pariglie

Tutti i cavalieri, ad eccezione delle pariglie dei Cumponidoris che non potrebbero mettere a rischio la propria sacralità con una caduta da cavallo, si esibiscono in spericolate acrobazie sulla groppa dei propri destrieri. La competizione e lo spettacolo continuano sino a quando le condizioni della luce lo consentono; questa parte della giornata è certamente quella più spettacolare della giostra.

La svestizione

Al termine delle pariglie su Cumponidori saluta la folla e si dirige verso lo stessa sala utilizzata in precedenza per la vestizione. Al contrario di essa, il rito della svestizione è aperto a tutti e generalmente accompagnato dalla degustazione di vino e zeppole.
Con esso si da inizio ai festeggiamenti che si protrarranno per tutta la notte.

sartigliaUno degli eventi maggiormente attesi tra le feste e le ricorrenze della tradizione sarda è la Sartiglia, che si tiene tra l’ultima domenica e il martedì di carnevale ad Oristano, città e capoluogo dell’omonima provincia situata nella Sardegna occidentale.
Le date dell’edizione 2014 della Sartiglia sono domenica 2 marzo e martedì 4 marzo.
L’evento, il cui nome deriva dallo spagnolo sortija ed esprime origini lontane, si può riassumere in una corsa di cavalli durante la quale i cavalieri al galoppo tentano di infilzare con la spada appunto la sortija, un anello a forma di stella dorata.
Con il passare dei secoli alla giostra medievale si sono aggiunti diversi giochi, cerimonie e riti più o meno rivolti ad auspicare ed incrementare un raccolto abbondante in vista della primavera: tradizione vuole infatti che più sono le stelle infilzate migliore sarà il raccolto.
La festa è organizzata dai gremi, le antiche corporazioni delle arti e dei mestieri.sartiglia02
Dalle sette attive sino al XIX secolo oggi ad Oristano si contano tre gremi attivi: il gremio dei contadini, protetto da San Giovanni Battista, quello dei falegnami sotto l’ala di San Giuseppe e quello dei muratori sotto la protezione di Santa Lucia.
Il primo si occupa oggi dell’organizzazione della corsa della domenica, mentre quella del martedì è affidata a quello dei falegnami; entrambi hanno quindi la grande responsabilità di portare avanti la tradizione, assicurandone lo svolgimento in qualsiasi caso, sia che le condizioni meteorologiche assistano o meno i cavalieri.
Un altro elemento essenziale, anche nell’organizzazione, è Su componidori o “Signore della festa”.
Con la sua vestizione pubblica da parte delle Massaieddas ha infatti inizio tutta la cerimonia che poi lo condurrà a spiccare tra gli altri, con tanto di cilindro nero, mantiglia, camicia riccamente decorata, gilet, cintura, maschera e fascia in seta.
Egli benedice quindi tutti gli astanti ed apre la corsa, seguito dagli altri cavalieri.
All’imbrunire, dopo le corse, la giornata volge al termine con le impressionanti esibizioni acrobatiche delle pariglie, che compongono figure tanto belle quanto pericolose sui cavalli al galoppo.

Foto tratte da http://www.comune.oristano.it/www/Destra/AreeTematiche/ArteCultura/Destra/Argomenti/sartiglia.html e http://www.camperlife.it/evento_284_Pregustando-la-Sartiglia-ad-Oristano.html

mamoiada4Mamoiada, comune della Barbagia a pochi km da Nuoro, è un perfetto punto di partenza per il nostro tour della Sardegna vista anche con gli occhi dei social.
Visitare ed ammirare Mamoiada significa infatti entrare in contatto con un luogo forte e grintoso, caratterizzato da tradizioni particolari e trascinanti.
Tra di esse spicca certamente il carnevale mamoiadino, una delle manifestazioni popolari sarde più antiche e dalle origini ancestrali.
Esso ha inizio ogni 17 gennaio, Sant’Antonio abate, quando le suggestive maschere fanno la loro prima comparsa e attraversano il paese, acceso da numerosi falò attorno a cui si riunisce la popolazione e i numerosissimi turisti naturalmente attirati dai balli, il vino e i dolci gustati all’aperto.

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62577Il ferro battuto rappresenta senza dubbio una delle principali forme dell’artigianato italiano, non mancando storicamente in nessun villaggio un fabbro ferraio dedito alla ferratura di cavalli, asini buoi. In Sardegna i due centri più importanti del ferro battuto sono Cagliari e Sassari: ancora oggi in questi luoghi si possono facilmente ammirare balconi, grate, cancellate e chiese che esprimono la diffusione di tale arte nel territorio.

Un’altra espressione importante della lavorazione dei metalli sardi si ritrova nelle armi: infatti spesso il fabbro era anche armaiolo. I coltelli a serramanico, la cui lavorazione richiede una particolare attenzione, hanno non a caso assunto una certa notorietà tra gli oggetti dell’artigianato sardo. Alcuni centri, come Pattada o Dorgali, sono famosi per la precisione delle loro lame e per la bellezza dei manici intagliati dalle corna di montone accuratamente ricercato.

Il manico assume infatti in questi oggetti un’importanza particolare: può essere liscio o minuziosamente decorato, estremamente ricercato è ad esempio quello di corno nero, completamente monocolore e senza alcun tipo di venatura.

La maestria dell’armaiolo si riversava anche nella produzione delle armi da caccia, gelosamente custodite in ogni casa dell’Isola. Esse, riccamente decorate o meno, sono tutte caratterizzate dall’estrema leggerezza.

Immagine tratta da http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&id=62577

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Assemini merita di essere citata tra i principali centri di produzione della ceramica in Sardegna, caratterizzandosi sin dagli anni Venti e Trenta come un borgo particolarmente prospero rispetto al contesto isolano del periodo.
L’artigianato sardo si esprime infatti nel luogo sin dagli anni Trenta, quando i vasai di Assemini cominciarono a cavare e lavorare un’ottima argilla, corposa e di un vivace color rosso.
In seguito l’espansione dell’attività ha portato all’acquisizione di nuove cave nell’area tra Assemini e Decimo, dove però l’argilla risultava essere di qualità inferiore rispetto a quella iniziale. In linea generale le argille di Assemini risultano essere di una qualità superiore rispetto a quelle di Oristano e Pabillonis se si prende in considerazione il numero di inclusi all’interno dei manufatti. La produzione asseminese si caratterizza per essere, sino alla metà del Novecento, come una produzione principalmente utilitaria.

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I manufatti sono infatti lineari e funzionali, volti tendenzialmente a soddisfare le necessità basilari di una società agropastorale e non spinti verso l’estetica del superfluo. La ceramica di Assemini per eccellenza non a caso è sa mariga, la brocca, destinata al trasporto dell’acqua tra le abitazioni; la produzione comprende però anche scivedde, ciotole, boccali, scodelle, vasi, mattonelle ed elementi per vari usi edili.

Immagine tratta da http://www.sardegnacultura.it/j/v/253?s=21808&v=2&c=2709&c1=2744&visb=&t=1

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